domenica 15 novembre 2020

Il finale di "StraStorie 2020. Annie la giramondo"

Ecco a voi il capitolo finale di StraStorie 2020. Annie la giramondo, scritto da Gino Cervi attraverso l'interazione con i lettori: buona lettura!

The Freedom Machine

di Gino Cervi

Milano, 15 novembre 2020 

No, no, non ho sbagliato data. Oggi è proprio il 15 novembre 2020 e io sono sempre Annie Londonderry, al secolo – anche non so più quale secolo, in effetti… – Annie Cohen Kopchowski. Sarei dovuta arrivare a Boston entro il 24 settembre 1895 per vincere la mia scommessa – fare il giro del mondo in bicicletta in 15 mesi – e mi invece mi ritrovo a Milano, più o meno 125 anni dopo.

Come dite? Ho perso la scommessa? I 20.000 dollari? Sì, è vero. Ma anche questa volta l’ho deciso io di perderla. Boston era lì, a poche decine di miglia. E io mi sono fermata. Ho appoggiato la mia Sterling al tronco di una grande quercia e ho pensato a tutto quello che avevo alle spalle e a tutto quello che mi rimaneva davanti.

Sì, avevo tanta voglia di rivedere i miei tre bambini, anche quel povero zuccone di Max che però non capiva e non avrebbe mai capito. Ma come sarebbe stato possibile tornare da dove sono partita? Vi ho detto o no che sono diventata una donna nuova?  

Tutte le cose che ho visto e sentito in questi mesi a cosa mi sarebbero servite, se fossi tornata, magari anche ricca e famosa, a fare la vita di prima?

Parigi, l’assenzio e la Senna; il porto di Marsiglia, l’Egitto e la Sfinge; Gerusalemme, il deserto e i predoni; l’Oceano Indiano, il mio dolce sognante Sal, i proiettili di Port Arthur; il Giappone e l’infinita traversata del Pacifico.

E che dire di quella povera donna, Mrs Winchester, che mi ha insegnato, in quel suo incubo di scale e mattoni di San Josè, in California, che non esiste la felicità del denaro? E invece sì, esiste quella della bicicletta. Che come un fucile è fatta di metallo, e legno, e gomma, e cuoio, ma non è però uno strumento di morte. È la macchina della libertà. My Freedom Machine.

 


In questo mio lungo girovagare ho guadagnato dollari a sufficienza per poter regalare al mio piccolo Simon l’asinello che tanto desiderava, quello che stava dall’altra parte della staccionata di casa e che quel senzacuore del macellaio Ernest avrebbe voluto convertire in bistecche. Ora me lo immagino girare intorno alla nostra casa in groppa al quel mansueto asinello grigio.

Del resto non m’importa più molto. A Boston non ci arriverò mai. Per il semplice motivo che non appartengo più a quel tempo e a quello spazio.

Tutto è successo proprio quel giorno in cui mi fermai sotto la quercia. Me ne stavo seduta per terra, con la schiena appoggiata al grande tronco. Era una bella giornata di fine settembre, di quelle in cui il sole cala sempre un po’ prima, ma regala i colori più caldi dell’estate.

Con una mano toccavo il pedale della mia Sterling, appoggiata di fianco a me. Quando, improvvisamente, sentii una voce che mi chiamava: alzai la testa e vidi una donna che sembrava un uomo, o forse era il contrario.

«Salve, Annie, il mio nome è Martha, ma tutti mi chiamano Jane, Calamity Jane» mi disse. Finalmente ero al cospetto di una donna che era più scandalosa di me: Calamity Jane non andava in bicicletta, ma cavalcava, fumava, beveva e sparava come il più rozzo dei cow-boy. E di lei la gente perbene ne diceva di tutti i colori.

«Senti, Annie, io mi sono stufata di questa storia del Far West» continuò Jane. «L’altro giorno per posta ho ricevuto un invito da tal signor Thomas Edison, che mi pare proprio un tipo stravagante. Mi ha invitato nel New Jersey perché dice che vuole fare un film con me. Ora, io non so bene che cosa voglia dire “fare un film”: ma se significa mollare questa vita di merda tra i bovari e la puzza di whisky di tutti quelli che mi mettono le mani addosso col pretesto che sono come loro, mi va bene tutto. Ho pensato però che potremmo andarci insieme, a “fare un film” con Mister Edison. Che ne dici?».

Restai un po’ perplessa. Non mi era mai capitato di avere a che fare con una donna che avesse più follia e coraggio di me. Ci pensai un attimo: la guardai per bene, strinsi il pugno in tasca intorno al calcio del mio revolver e dissi: «Sono pronta. Dove andiamo?».

E fu così che mi ritrovai, insieme a quella matta di Calamity Jane, nel New Jersey, a West Orange. C’era una baracca buia dentro la quale succedevano delle cose. Non chiedetemi quali. Mister Edison e un amico suo, un certo Dickson, avevano inventato una macchina che, dicevano (ma anche in questo caso non capivo bene cosa intendessero), «avrebbe fatto per l’occhio quel che il fonografo fa per l’orecchio». Lo chiamavano Kinetoscopio e sostenevano che trasformasse le fotografie in oggetti in movimento.

Fu allora che pensai di mostrare loro il mio diario. Non l’avevo mai fatto prima con nessuno: era un diario un po’ particolare e mi aveva accompagnato per tutto il viaggio. Alla sera, quando arrivavo alla meta, ero troppo stanca per scrivere e allora mi mettevo a fare dei segni sulle pagine che, non so bene neppure io come, diventavano disegni. Così come non sapevo andare in bicicletta prima di partire, allo stesso modo non sapevo né disegnare, né colorare. Ma giorno per giorno disegnavo quello che mi era successo, a volte anche quello che avevo soltanto immaginato: a questo punto non ricordo più bene e non so distinguere, devo ammetterlo, tra la realtà dei fatti e la fantasia del mio cuore.

Era tutto molto strano, ma ancora più strano era il fatto che io mi disegnassi diversa da quella che ero: mi vedevo con una lunga, folta chioma di capelli rossi. Non c’era niente da fare. Quella ero proprio io, anche se non ero io e, anzi, di più: mi ero data un altro nome. Tanto, dopo Londonderry, un nome in più cosa vuoi che fosse? Quando disegnavo me, disegnavo Gwen. Gwen, così avevo chiamato quel mio doppio dai capelli rossi.

Disegnavo quello che era accaduto durante il viaggio, ma qualche volta anche quello che sarebbe successo il giorno dopo, come se avessi il dono della preveggenza, una preveggenza del cuore.

Mister Edison rimase colpito da questo mio diario disegnato. Disse che ne avremmo fatto un film. Anzi, qualcosa di più. Mi prese da parte e in modo circospetto mi chiese se ero disposta a sottopormi a un suo esperimento, che doveva rimanere però del tutto segreto. Da quella segretezza dipendeva la fortuna sua, e forse anche mia. Dietro al nero fondale di Black Maria il Kinetoscopio non era che una copertura per la realizzazione di una Time Machine che mi avrebbe consentito di viaggiare avanti nel tempo, proiettata per decenni e decenni nel futuro, in avanscoperta per conoscere quello che avrebbe atteso l’umanità.

Cosa volete che abbia risposto a quell’affascinante inventore dall’aria un po’ bizzarra ma convincente? Ovviamente ho detto sì. Ed è grazie a lui se adesso sono qui, davanti a voi, a sfogliare questo nuovo diario animato che mi ha portato a vivere un’epoca non mia, o soltanto mia.

Guardate, guardate qui. Se non ci credete, guardate qui. Ecco, qui sono, sempre con la mia Sterling per mano, in marcia per le strade di Londra, fianco a fianco con la mia amica Emmeline Pankhurst, poco prima che la polizia ci caricasse e ci portasse in gattabuia. Era il 1907, o giù di lì.

Qui, invece, pochi anni più tardi, sono a Parigi, nel laboratorio di Marie Curie: che buffo, per le radiazioni di quegli esperimenti i miei capelli sono diventati color malva.

Qui sono a Città del Messico, alla fine degli anni Venti, e sto posando, sempre con la mia Sterling, s’intende, per un ritratto che mi sta facendo la mia amica Frida Kahlo: che dite, mi ha fatto un po’ troppo somigliante a lei?

Questa è di qualche anno dopo e mi ritrae a casa di Virginia Woolf, a Rodmell, nel Sussex: prendevamo il tè nel giardino del suo cottage (ma io tenevo ben in vista la mia Sterling, appoggiata alla staccionata). Virginia mi diceva sempre: «Sai, Annie, una donna deve avere denaro, cibo adeguato e una stanza tutta per sé se vuole scrivere romanzi…». Poi mi guardava da sotto in su e aggiungeva: «Ma credo che a te basti la tua bicicletta».

Quest’altra immagine invece mi ritrae ad Amsterdam, Prinsegracht 263: sono da sola e mi guardo in giro. Sono i primi giorni di luglio del 1942: sto aspettando in sella alla Sterling la mia giovane amica Anna, che si chiama come me: che strano, non scende. Di solito è così puntuale. Facciamo sempre delle lunghe passeggiate in bicicletta. Ma oggi non arriva…

Qui siamo nel 1950, ancora a Parigi: sono seduta a un tavolino del Café de Flore e quella accanto a me è Simone de Beauvoir (poco dopo è arrivato anche Sartre: che noia!).

In quest’altra qui mi trovo a Montgomery, in Alabama: sono a una fermata di un autobus e sto aspettando che scenda, accompagnata e ammanettata da due poliziotti, Rosa Parks: andrò con lei alla stazione di polizia.

Questa è del 1991, in Sudafrica: sono sul palco con Myriam Makeba che sta facendo un concerto nel suo paese dove non tornava da più di trent’anni.

Ohhh, infine: eccomi felice e in bicicletta a Barcola, a Trieste, sulla pista ciclabile verso Miramare: la riconoscete quella signora coi capelli bianchi? Sì, è proprio lei: Margherita Hack, quante risate ci siamo fatte quel giorno. 


 

E adesso sono qui a Milano, a mostrarvi il film-diario-disegno della mia vita, che se volete può anche essere un po’ la vostra.

Capite che in fondo perdere la scommessa 125 anni fa non aveva poi così importanza? Che dite, vi piaccio coi capelli lunghi e rossi? Io mi ci trovo molto bene.

Credo che non me li taglierò più.

Parola di Gwen Londonderry.

 




 

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