mercoledì 31 maggio 2023

Il capitolo di Mauro Biagini di StraStorie Metropolis Edition

Capitolo 5

Un altro mattone nel muro

 

"Non aprire quella porta", illustrazione di GAL e basta

 

Rainbow District, sabato, ore 17.20

Sotto un cielo terso che sembra dipinto su maiolica, via Lecco si prepara a celebrare il rito del sabato sera. La misteriosa apparizione dei muri sta suscitando un crescente sgomento in città. Molti hanno deciso di abbandonare Milano per non restare intrappolati come criceti in gabbia. Le stazioni ferroviarie sono state prese d’assalto fin dalle prime ore dell’alba come non accadeva dai tempi del primo lockdown.

Eppure in via Lecco si respira un’aria di rassicurante tranquillità. I suoi frequentatori abituali non hanno paura: sono convinti di avere abbattuto muri di gran lunga più invalicabili nella vita.

È ancora presto per gli aperitivi. I marciapiedi sono semideserti, ma a breve saranno gremiti come sempre.

I camerieri dei locali sono intenti a far planare sui tavoli dei dehors tanti mattoncini Lego dipinti con i colori dell’arcobaleno. Serviranno a trasformare la serata, e poi la notte intera, in un grande happening collettivo.

Intanto, da via Lazzaro Palazzi, spunta una turista asiatica. Vestita di bianco, avanza a piccoli passi lasciandosi alle spalle la chiesetta del Lazzaretto. Con una mano regge un ombrellino per ripararsi dal sole. Con l’altra stringe uno smartphone, gli occhi puntati su Google Maps.

Costeggia il bar Addis Abeba, il Red Cafè, il Candies, il centro massaggi thai, il negozio di abbigliamento sportivo e fetish e, all’angolo con via Panfilo Castaldi, urta un passante che incrocia nel suo peregrinare.

È un uomo con addosso un logoro completo grigio di taglio sartoriale e un cappello di feltro bisunto che gli conferiscono l’aspetto di un agente dell’FBI espulso dai ranghi o di un nobile decaduto. Lo scontro li fa ritrovare quasi abbracciati l’uno all’altra. La turista asiatica balbetta qualcosa d’incomprensibile. Forse si sta scusando nella sua lingua madre.

Subito dopo alza lo sguardo e, le labbra atteggiate a un timido sorriso, domanda in un inglese incerto: «Excuse me, sir. Is there a wall to visit in Porta Venezia?»

L’uomo accenna una smorfia. Il suo viso emaciato pare una maschera senza età.

«This is the Rainbow District, not Porta Venezia» la corregge impassibile. «And we don’t have any walls here!»

Poi si spolvera la giacca con la punta delle dita, gira i tacchi e varca la soglia del Mono, il bar che ha dato origine a tutto il giro Lgbtqi+ in quello spicchio di Milano.

Sulla porta è appesa la locandina dell’evento che lo vedrà protagonista, sormontata da un titolo con caratteri tipografici psichedelici: “I muri sono uno stato della mente”. Sotto campeggiano una fotografia che lo ritrae nel deserto, in groppa a un cammello e il suo nome: Ray Lights.

All’interno del locale, tra pareti optical e dettagli vintage, risuona a tutto volume la musica dei Pink Floyd.

La fauna degli avventori è variegata: dall’attivista gay di mezza età al giovane intellettuale di sinistra con gli occhialini rotondi, dalla transessuale militante a una nutrita schiera di genderqueer. Tutti impazienti di ascoltare le parole del guru della cultura underground contemporanea. Il suo bestseller mondiale Diario di un maturo consumatore di LSD l’ha consacrato come l’erede di William Burroughs, padre spirituale della beat generation. Hanno in comune carisma e principi ispiratori: la libera sessualità e l’apologia dell’uso delle sostanze stupefacenti come strumento per riscattarsi dalla schiavitù della razionalità estrema.

Ray Lights non ha esitato – una volta appreso dell’inspiegabile fenomeno che funesta Milano – a prendere il primo volo disponibile da New York per sostenere la sua battaglia: negare l’esistenza dei muri.

Maurizio, uno dei due proprietari, lo accoglie cordiale.

«Maestro, we are very proud to welcome you!»

Mister Lights non fa una piega. Nulla pare sfiorarlo.

«Do you want something to drink?» gli domanda Davide, l’altro proprietario.

Mister Lights non risponde. Afferra il microfono appoggiato sul bancone e si accomoda sulla poltrona a lui riservata al centro del locale, mentre il dj alla consolle si preoccupa di sfumare la canzone dei Pink Floyd: "Hey, teacher, leave them kids alone / All in all it’s just another brick in the wall / All in all you’re just another brick in the wall".

 

Via Olmetto 1, ore 17.45

 

Un grappino tira l’altro nel bar di Chen e Teresio Dei fa rientro a casa un po’ malfermo sulle gambe. La telefonata dell’Assessore tarda ad arrivare e l’avvocato, disteso sul divano in velluto rosso del soggiorno, teme potrebbe assopirsi da un momento all’altro.

Il piano che gli ronza in mente per salvare capra e cavoli richiede la massima concentrazione. Non può certo permettersi di scivolare nel sonno. Gli si prospettano giornate impegnative – funestate per di più da quell’improvvisa apparizione dei muri in città – e occorre essere più vigili di un ghisa.

Teresio, fa ballaa l’ouecc!” si raccomanda col pensiero, ma il senso di torpore che lo attanaglia non lo abbandona.  

Così, a un tratto, gli viene un’idea. Perché non ricorrere per una volta all’aiutino di quella sostanza che i grandi manager o la gente dello spettacolo consumano per essere sempre al top? Un’idea balzana, non c’è dubbio. Ma in certe situazioni tutto è lecito pur di trarsi d’impaccio.

Ricorda che nella sua lunga esperienza di “economia del baratto” gli è già capitato di ricevere della cocaina come compenso da un cliente.

Uno spacciatore di mezza tacca gli aveva allungato una bustina proprio nell’aula del tribunale dopo un’udienza.

"Questa essere parcella per te, avvocato" gli aveva bisbigliato in un orecchio.

Ma và a dà via i ciapp! Te se propri un pirla” aveva pensato Dei, incerto se ridere o piangere. Frattanto, però, la bustina era già al riparo da occhi indiscreti nella tasca dei suoi pantaloni.

Quella stessa sera, messa da parte ogni remora, aveva deciso di sperimentare il suo primo tiro per curiosità, disponendo con cura la polvere bianca sul tavolo della cucina. Finché uno starnuto improvviso aveva mandato tutto all’aria.

È arrivato il momento di riprovare. Per rifornirsi a buon mercato non resta che rivolgersi ai piccoli spacciatori dei Bastioni di Porta Venezia.

Teresio Dei esce in tutta fretta di casa. Meglio spostarsi in metropolitana e non rimettersi in sella alla bicicletta. Anche se riuscisse ad arrivare a destinazione – muri permettendo – il suo gioiellino su due ruote potrebbe fare una brutta fine in una zona popolata da mille ladruncoli.

Nel vagone tiene lo sguardo fisso sul finestrino. Chissà mai che anche qui sui binari non si scoprano barriere erette nottetempo.

Tre fermate e i colori dell’arcobaleno dipinti sulla parete segnalano l’arrivo alla stazione di Porta Venezia. L’avvocato scende dal vagone, imbocca le scale mobili e riemerge in superficie.

In piazza Oberdan bivaccano ubriachi che farneticano di politica e di mattoni. Li scavalca, attraversa la strada e sale di gran lena sui Bastioni.

In lontananza intravede un chioschetto da cui proviene musica reggae. Si lustra gli occhiali con un lembo della camicia e mette a fuoco la scritta in stampatello su un grande cartone che fa da insegna: “Bar Tramezzo”.

Accelera il passo. Un muretto di tramezzini al tonno eretto da un artista misterioso funge da bancone. Dietro ci sono tre camerieri improvvisati dall’aria losca. Hanno forse messo su una nuova attività, approfittando del complice benestare delle forze dell’ordine?

«Ciao, zio» lo accoglie quello che deve essere il capo con un sorriso a trentasei denti.

«Ma che cos’è tutto questo ambaradàn?» domanda curioso l’avvocato guardandosi intorno.

«Nuovo business, zio. Compri tre bustine e prendi tramezzino in omaggio.»

Teresio Dei non batte ciglio. È abituato all’ingegno e alle stramberie della più varia umanità.

Però quei tramezzini sembrano marci. Anche se avverte un certo languorino allo stomaco non li assaggerebbe nemmeno sotto tortura. Così acquista la sua bustina di coca e si allontana. E mentre scende la scalinata che conduce in via Lecco pensa compiaciuto che nella vita non è mai troppo tardi per fare nuove esperienze.

 

Mono Bar, ore 18.35

 

È trascorsa più di un’ora da quando Ray Lights ha preso la parola. Ha spaziato liberamente dalla siepe di Leopardi al muro con i cocci di bottiglia di Montale, dalle teorie psicoanalitiche di Freud allo stipo antropomorfico di Salvador Dalí, dalla morte dell’ego e la libertà estatica di Timothy Leary fino ad arrivare alla rivolta di Stonewall. Tutto in inglese americano con il suo forte accento del Midwest.

La fine dello sproloquio sembra non arrivare mai. Chi ronfa abbandonato sulla sedia, chi finge di essere interessato mentre con la coda dell’occhio continua a guardare l’orologio, chi attende solo il momento di avere il sigillo di una firma autografa su una copia del libro.

A un tratto fa il suo ingresso nel locale un uomo cha ha tutta l’aria di essere capitato lì per caso. È Teresio Dei.

Intuisce di essere piombato nel bel mezzo di una conferenza e per non disturbare si avvicina al bancone in punta di piedi.

«Per favore, dov’è la toilette?» domanda con un filo di esitazione.

Uno dei due proprietari, con l’indice sul naso come a esortarlo a muoversi con discrezione, gli fa un cenno con il capo verso un angolo alla sua destra.

L’avvocato, districandosi a fatica tra il pubblico, riesce a raggiungere la porta bianca. Finalmente un luogo sicuro e riparato dove assaggiare la cocaina. Con i tempi che corrono non si stupirebbe se lo avessero fregato con una bustina di borotalco. Nel caso non esiterebbe un istante a tornare sui Bastioni per riavere indietro i suoi soldi.

Quando abbassa la maniglia e tira verso di sé la porta, prorompe in un urlo che si propaga in tutto il locale.

«Ma qui c’è un muro!»

Tutti si alzano in piedi – in fondo non aspettavano altro che un pretesto – e si precipitano verso la toilette. Solo Ray Lights rimane seduto in poltrona come se niente fosse, intento a disquisire sul valore simbolico della bottiglia lanciata da Sylvia Rivera contro un poliziotto il 28 giugno del 1969.

Si distinguono dei rumori soffocati. Qualcuno potrebbe essere rimasto prigioniero dietro quel muro. 

«Per una sveltina non bastava chiudersi a chiave?» commenta un ragazzo in vena di battutacce.  

I due proprietari chiedono alla folla degli avventori di diradarsi e di fare silenzio. Aderiscono con il corpo al muro e tendono l’orecchio, increduli che nel loro locale si sia potuto materializzare un prodigio tanto sinistro.

Non fanno in tempo a smarrirsi nelle loro congetture quando due colpi, battuti a breve distanza sul muro, confermano che, oltre quella fila di mattoni, si nasconde davvero qualcuno. 

 

CONTINUA...

 

Aspettiamo i vostri suggerimenti per il prosieguo del romanzo!

 

 

mercoledì 17 maggio 2023

I capitoli 3 e 4 di Andrea Ferrari e Francesco Gallone

Capitolo 3

The bicycle lawyer

 

Rafe' e la metropoli, illustrazione di GAL e basta

 

 

ANo District, sabato mattina

 

«Avvocato Dei? Ho fatto su un casino e mi può aiutare solo lei.»

La voce dell’Assessore, roca per le innumerevoli sigarette fumate, sveglia Nino che prova ad aprire gli occhi per studiare la situazione.

La testa gli fa ancora male a causa del colpo subito e il braccio, ammanettato al termosifone, è tutto una formica. Fuori, dall’unica portafinestra aperta con la tapparella mezzo alzata, riesce a scorgere il suo palo, Rafe’, che zampetta annaz’ e arretr’ per il grande balcone al quarto piano. I due vitelli dell’Assessore non sono in giro. Capace che il sonnifero gli ha fatto troppo effetto, oppure gli ha fatto venire un sintomo e se li è presi il Padre eterno. Il problema per Nino, adesso, è non finirci lui dal Padre eterno, che Annarella aspetta il quarto figlio e i suoi bambini hanno bisogno di papà loro.

L’Assessore è al telefono, vigile e sovraeccitato.

Nota che Nino si è svegliato e, nonostante l’agitazione, continua a tenerlo sotto tiro con l’AK-47 di fabbricazione russa che porta a tracolla.

«Avvocato Dei, ha capito che sono nella merda?»

«Assessore, si calmi. Io non ho capito niente. È sabato, sono in giro per Milano con la mia bici nuova fiammante e ho appena rischiato di schiantarmi contro un muro, apparso per non so quale motivo in via Rugabella. Vada piano e riparta da capo.»

«I muri, cazzo, anche i muri ci volevano. Ho visto al telegiornale che è tutto pieno di muri, per la città. Mi hanno chiamato anche dal Consiglio regionale, vogliono l’Unità di crisi, ma io non mi posso muovere, avvocato. Ci sono già i droni? Li vede i droni?»

«Assessore, non vedo niente e capisco ancora meno. Mi dica cosa le è successo. Parli lentamente e si calmi.»

«Avvocato, io non mi calmo no. Cazzo, è un giorno e mezzo che praticamente non dormo. Questo stronzo qui non vuole cagare e se non mi riapproprio di quel che è mio finisco a San Vittore e buttano via la chiave. Tra l’altro, lei non è mica intercettato, vero?»

«Non che io sappia, Assessore.»

«E basta con ’sto cazzo di Assessore e Assessore, mi chiamo Ambrogio e ci conosciamo da una vita.»

«E le ricordo, Assessore, che io non sono il suo avvocato.»

«Senta, avvocato, io chiamo lei proprio perché non è il mio avvocato. Però mi ricordo che per quella faccenda là, quella per la quale sono stato assolto, lei aveva seguito il Misha, se lo ricorda il Misha? Quello che portava i camion di… vabbe' ci siamo capiti, e alla fine le cose si son sistemate per tutti, no? Ecco, chi pensa che gliele abbia procurate le poche cause che ha avuto dopo il Misha, secondo lei? In ogni caso il mio telefono è pulito. Ne ho altri otto da usare. Il prossimo contatto avrò un altro numero.»

«Assessore, ma è matto? Ha bevuto? Non si sente bene? Chiami un’ambulanza. Com’è che non dorme da un giorno e mezzo?»

«Non dormo da un giorno e mezzo perché questo stronzo che ho qui davanti non vuole cagare, gliel’ho già detto, e io non lo posso mollare un attimo. Le manette non sono sicure a sufficienza, capisce? I cani non ho potuto nemmeno mandarli giù nel giardino comune, che quella rompipalle dell’altro palazzo, all’assemblea di condominio, ha detto che ha chiamato i vigili. I vigili ha chiamato, la scassacazzo. Deve ringraziare che non li chiamo io per lei, per controllare se ha tutti i documenti a posto. I vigili per i miei cagnolini e per questo stronzo che mi voleva svaligiare la casa niente di niente, immagino. Lei lo sa come sono quelle zecchette di radical chic, vero? La società, il riscatto, poveri i ladri che lo fanno per necessità. Buonisti, sono. I cani li ho dovuti far sporcare sul tappeto del soggiorno. Me li aveva addormentati, i miei cagnolini.»

«Chiamali cagnolini. Nani so’ nani, per carità, ma sono larghi come due autobotti. Vitelli, sembrano vitelli.»

Nino non ha resistito e si è lasciato andare. Che se deve finire al creatore, gli pare brutto di portarsi appresso anche lo scuorno delle offese di questo grandissimo cornuto.

«Taci te, mariolo dei miei stivali, sennò ti sforacchio come un fagiano.»

«Con chi sta parlando, Assessore. Non capisco? Allora è veramente in compagnia?»

Teresio Dei, avvocato di poche cause, per lo più perse, tranne quella maledetta del Misha, ha ormai il mal di testa. In bocca il buon sapore del caffè del Chen ’lè andaa a fas benedì, e la grana dell’Assessore non è una di quelle pirlate che si risolvono attaccando il telefono e pedalando bel belli per Milano. Tra l’alter, l’è un bel problema anche pedalà in gir che ‘ste mur chi el par lung come la muriaia cines! Un manicomi, l’è un manicomi. Ma qui a Milano, senza nemmeno far la fatica della gita a Mombello. Il problema adesso è cercare di stare al di qua del muro, e de diventà minga matt come l’Assessore.

«Assessore, per cortesia, mi dica cos’è successo?»

«Avvocato, il giovedì sera di solito vado a giocare a Sankt Moritz. Vado su, faccio la mia puntatina, un paio di mani a blackjack e torno a casa per il venerdì nel primo pomeriggio. Zeus e Apollo, i miei cagnolini, li lascio a casa che si regolano da soli e poi gli ho fatto sistemare il posticino per fare i bisogni anche nel disbrigo. Ho un appartamento che occupa tutto il piano, sa. Insomma, loro mi fanno anche la guardia alla cassaforte, e io sto tranquillo. Dopo il casinò vado in hotel e mi rilasso, ci siamo capiti, no?»

«Alla faccia del rilasso. Avvoca’, questo è ’na corda di violino.»

«Muchela, te

«Assessore, senta, metta il vivavoce, così evitiamo di fare ancora più confusione. Parlate uno per volta, per cortesia.»

«Alòra, giovedì sera io c’ho già le balle girate perché non son potuto andare a Sankt Moritz perché devo fare l’assemblea del condominio. Una roba nemmeno da dirla, avvocato. Ma se voglio tener su i miei diritti di proprietario ed evitare che tutti ’sti progressisti qui mi facciano diventare la casa una galera per me, ma un porto di mare per tutti i baluba che girano per il quartiere, devo essere presente. Mi sono spiegato? Non è come in Consiglio regionale, che lì uno che ti dà una mano c’è sempre, no? Insomma, facciamo la riunione e la signorina, che sta nel palazzo gemello al mio, inizia a rompere le balle con i cani che la fanno nel giardino. Io dico, i bambini possono giocare e pisciare negli angoli e i miei cagnolini no? Tra le altre cose la signorina, che oltretutto non è sposata, vive con il compagno, lo chiama così, e hanno anche un figlio piccolino. Alla fine, con le palle che mi fumavano, ho mandato l’assemblea a ramengo e me ne sono tornato su a casa mia. Quando arrivo su con l’ascensore, di solito, il Zeus e l’Apollo mi sentono salire e mi vengono incontro sulla porta. Ho tutto il piano, io, quindi loro mi riconoscono, no? Ecco, io vado su, tutto incazzato, e non sento i miei cagnolini che mi vengono incontro. Cioè, ho detto, com’è che non mi vengono incontro i miei bambini? Vuoi che sanno che è giovedì? No che non lo sanno che è giovedì, quindi è successo qualcosa. Allora, avvocato, siccome che io ho tutto un discorso di cose in cassaforte che non è proprio white, diciamo così, mi sono messo sul chi vive. Ho aperto la porta a zero all’ora e appena dentro, dove c’è il vestibolo, ho schiacciato il pulsante per combattere le intrusioni. L’allarme era disattivato. Gli ho dato seimila cucuzze a quel deficiente dell’allarme, ma appena risolvo ’sto casino qui gli faccio pelo e contropelo. Comunque, in definitiva, apro il vano segreto dove tengo il mio ragazzo, lo imbraccio e vado verso lo studio. In studio ho la cassaforte e lo studio sta dalla parte opposta dell’ingresso. Ho tutto il piano, io, lo sa, avvocato? Arrivo in corridoio e trovo i miei cagnolini tutti tramortiti che sembrano morti. Uno spavento, avvocato. Però sono vivi, allora li lascio lì e vado in studio. Accendo la luce e dentro non c’è nessuno. Solo una cornacchia che picchietta il vetro sul balcone con il suo becco nero. Uccellaccio maledetto. Mi ha distratto e il ladro ha provato a scappare sbucando fuori da dietro la porta. L’ho sentito e gli ho allungato una botta col calcio del mio ragazzo. Gli ho detto: “Preso, caro il mio baluba”. Solo che quello lì non è mica svenuto, mi ha guardato e in mano teneva una pendrive e un rotolo di documenti che non sarebbero dovuti stare in casa mia. Capito, avvocato? In cassaforte avevo anche cinquemila euro in contanti, per le spese. Il mariolo cosa fa? Lancia i fogli fuori dalla portafinestra, io mi giro e li vedo volare giù insieme alla cornacchia, che avrà preso paura, no? Poi, quando torno a guardare lui, lo vedo che ride. Cazzo ridi?, gli dico.»

«Avvoca’, mo’ permette che continuo io?»

«Taci te.»

«Avvoca’, vostro onore, e che processo è se la controparte non può parlare?»

«Assessore, è giusto, lo lasci parlare.»

L’avvocato Teresio Dei non è per niente sicuro che quello non sia un incubo e soprattutto teme che nessuno abbia intenzione di svegliarlo. Tanto vale provare a dirimere quella bizzarra controversia.

«Allora, avvoca’, intanto mi presento. Mi chiamo Nino, piacere.»

«Piace…  Per favore. non mi prenda in giro e venga al punto.»

«Oè, tutti gentili voi dei quartieri alti, eh. Vabbuo’, dicevo che giovedì sera mi sono messo in viaggio dal quartiere mio fino a qui, nel distretto di ANo come si dice nella nostra modernissima città, perché da un poco avevo curato il signore qui medesimo e sapevo che al giovedì non era a casa. L’allarme è uno di quelli costosi, a frequenze, ma se hai l’apparecchiatura buona è un attimo a farlo saltare. Legge tutto, perfino un uccello sul balcone, però non suona subito. Ha un momento in cui il sistema decritta l’alert e valuta se è davvero una minaccia. In quel preciso istante io accendo il mio aggeggio che disturba la frequenza e apro la porta. L’allarme è convinto che si tratti di un piccione che ha sbattuto su una tapparella o una finestra e non suona.

«Capito, avvoca’. Io mi intrufolo di destrezza nell’appartamento del qui presente e narcotizzo i cani con le bistecche al sonnifero. Ce n’è voluto come per due rottweiler, che lui li chiama cagnolini ma sono rotondi come a due gomme di un bilico. Quelli si sono azzannati le bistecche che ho lanciato nel corridoio e poi si sono adduormuti. Sono entrato, ho chiuso la porta e mi sono buttato in giro. Ho trovato lo studio e la cassaforte. In poco tempo, modestamente, ho aperto pure la cassetta e ho trovato il contante, poi ho preso il malloppo di fogli e la pendrive. Quando ho sentito arrivare il malfidato, questione di punti di vista, vostro onore, mi sono ammucciato nell’angolo dietro alla porta. Avvoca’, comunque questo lo chiama appartamento ma è una villa su un piano di un palazzo. C’è più spazio che nel cortile mio, ho girato tre bagni, due salotti grandi come a mezzo campo da calcio, la cucina che Annarella mia si farebbe la croce prima di iniziare a spignattare. E tappeti dappertutto, i quadri, pitture fini mi creda, mobilio che sembra quello della pubblicità della Scavolini con il cuoco, quello là famoso. Una sciccheria da farci le ferie.»

«Venga al punto, signor Nino.»

«Sì. L’Assessore qui mi ha sconocchiato la capa con il culo del suo fucile mitragliatore, ma non mi ha messo ko. Allora io ho alzato le mani. Lui mi ha detto di mollare la pennetta e i fogli, ma io lo sapevo che se gli davo quel che voleva non c’era più niente da fare per me. O mi sparava o chiamava le guardie. Così ho pensato veloce, ho buttato il rotolo dei fogli giù dal balcone che la portafinestra l’avevo aperta per lavorare con un po’ di aria e mi sono ingoiato la pennetta.

Ora, avvoca’, io sono un poco stitico. Fosse per l’agitazione o fosse che non ho mangiato i friarielli di Annarella mia, sto intruppato e qui si fa lunga. Ah, poi volevo chiedere, avvoca’, non è che posso chiamare a casa? Mia moglie aspetta di otto mesi e le tre creature che già ci abbiamo capace che si preoccupano se papà non torna. E pure la cosa dei muri che dicono al telegiornale mi spaventa, io ho incocciato qualche mattone mentre venivo qua l’altra sera, ma non mi pensavo mai che succedeva tutto ’sto quarantotto. Sa, vorrei sapere pure se i criature sono al sicuro.»

«Ma che telefonata e telefonata, adesso vai a cuccia che quando metto giù ti purgo io. Avvocato, spengo il vivavoce.»

Nino si sgonfia come un sacco bucato e prova ad accomodarsi per come può contro il calorifero. Fuori Rafe’ è ancora lì e Nino, approfittando del fatto che il suo carceriere sta armeggiando con il telefono, butta sul balcone la fede nuziale. Rafe’ l’afferra nel becco e si alza in volo verso South Porta Romana, in via dei Cinquecento nel barrio di Corvetto.

L’Assessore smadonna con l’avvocato Dei e non si accorge di niente.

«Cosa? Ma come faccio a chiamare la polizia. Secondo lei l’AK-47 russo l’ho denunciato? Poi non è sequestro di persona? E se questo deficiente mi fa la grossa proprio quando arriva la forza pubblica come la giustifico la pennetta, io? No, la polizia è esclusa. Si faccia venire un’idea, avvocato, e se la faccia venire alla svelta. Adesso la saluto che devo capire cosa sta succedendo in città con ’sti maledetti muri. La chiamo io fra qualche ora. Mi raccomando, avvocato, che se mi trova la soluzione le do tanti di quei soldi che può andare in pensione e farsi la bella vita. La saluto.»

L’Assessore guarda Nino con disprezzo, poi prende una sedia e ci si accomoda come un cowboy dei film western.

Afferra il telecomando e accende il televisore a 120 pollici che occupa una delle pareti dello studio.

Tutte le reti hanno un solo argomento: i muri che stanno spuntando apparentemente a caso in città.

Un’inviata del TG3 della Lombardia sta parlando vicino a uno di questi strani muri di mattoni arancioni, belli nuovi.

 

Da ormai un giorno e mezzo, come tutti i cittadini di Milano hanno potuto vedere e sperimentare personalmente, sono spuntati, senza apparenti motivi, questi muri di mattoni arancioni che ricordano il romanico lombardo. Sono muri che non sembrano avere particolari funzioni, se non quelle di dividere, totalmente a caso, vie e strade della città. Si creano, pertanto, confini che escludono e confini che, giocoforza, proteggono. I nuclei di intervento rapido del Comune sono stati allertati e lavorano ormai ininterrottamente da ventiquattro ore. Il Sindaco ha diramato diversi comunicati, tutti dello stesso tenore: Milano non si farà confinare dai mattoni. Le opposizioni ambientaliste gridano alla legge del contrappasso: chi di mattone ferisce, di mattone perisce.

I mezzi pesanti del Comune stanno sfondando le barriere di mattoni arancioni che sembrano sfogliarsi come pagine di vecchi libri stipati in solaio o in qualche cassetto in attesa di una pubblicazione che non è mai arrivata. Come vedete i mattoni sono friabili, adesso ne colpisco uno. Ecco, ho bucato il muro e si vede dall’altro lato della via. Anche questo muro è in lista per essere abbattuto. La demolizione avverrà con tutta probabilità fra un paio d’ore. Si stanno organizzando interventi strutturali che preservino l’integrità delle brecce che vengono via via praticate dagli operai comunali. Il Sindaco ha richiesto lo stato di emergenza per velocizzare le operazioni di affidamento degli appalti di demolizione. La Regione Lombardia ha allertato l’Unità di crisi.

Internet è in fermento e sembra, almeno così dicono dalla Prefettura e dalla Questura, che si stiano organizzando dei flash-mob per degli aperitivi serali lungo i vari valli.

Un bambino ha disegnato una porta da calcio lungo uno di questi muri e ha dichiarato alla nonna di aver sentito il boato di San Siro dopo un gran gol all’incrocio delle linee tracciate con il suo gessetto. Forse questi sono muri dell’anima, oppure è solo la fantasia di un piccolo frastornato per il fatto che le scuole siano state chiuse. Cosa che non accadeva dai nefasti tempi della Peste. Per ora, il resto d’Italia pare non essere interessato da questo strano fenomeno.

Da via Lazzaretto è tutto, Marina Armentoni vi saluta, linea allo studio.”

 

L’Avvocato Dei, ancora stranito per la telefonata dell’Assessore, non sa se essere più preoccupato per l’incarico appena ricevuto o per il fatto di questi strani muri dei quali sembra essere stato l’unico, in città, a non avvedersi.

Gira la bici, ripercorre a ritroso il tragitto di prima e si infila di nuovo dal suo amico Chen.

Basta caffè, ci vuole un grappino.

La tv del bar, intanto, è sintonizzata sul canale all news e anche lì si parla solo dei muri, dei droni che tutte le forze dell’ordine hanno fatto alzare e che si sono anche scontrati con quelli dei cittadini curiosi che volevano riprendere gli accadimenti per rivenderli ai giornali o per i loro canali social. Brutto mestiere ormai il giornalista, pensa l’avvocato Teresio Dei. Poi, proprio mentre un bulldozer giallo sta abbattendo il muro di via Santa Sofia, come recita il sottopancia, all’avvocato viene un’idea per salvare capra e cavoli. Pietra su pietra alza parete, pensa, in italiano stavolta, che il detto è del buon Giacalone, e non sempre un muro è fatto per dividere. A volte i muri possono proteggere. Certo che sapere cosa c’è sulla pennetta che sta in pancia a Nino sarebbe un bel passo avanti. Per mettere in moto il suo piano avrà bisogno di pazienza e di qualche altro aiuto non ufficiale. Per ora, gh’è de spetà che l’assessor chiami e che non faccia qualche altra pirlata.

 

Rafe’ nel cielo di Milano vede la città passare sotto le sue ali nere e si accorge che i muri percorrono l’epidermide della Metropoli come una serie di infinite cicatrici. Una specie di sutura che invece di guarire ammorba. Rafe’ ha una missione. Deve portare la fede nuziale di Nino ad Annarella, perché quello è il segnale che hanno stabilito in famiglia ed è sinonimo di guai per Nino. La cornacchia non capisce gli uomini, ma li conosce abbastanza per capire che non hanno ancora compreso l’entità di quello che sta succedendo. In lontananza vede due uccelli meccanici con quattro strane ali che si esibiscono in una bizzarra danza, poi d’un tratto una serie di mattoni piove dal cielo, li colpisce e li fa sfracellare giù a terra.

Rafe’ si guarda intorno, ma nessun mattone sembra minacciarlo.

Strano, pensa, credevo che i mattoni spuntassero dalla terra e non piovessero dal cielo.

Corvetto è ancora lontana, quindi la cornacchia si fa forza e fende il cielo meneghino verso la sua voliera nel cortile di via dei Cinquecento.

 


 

Capitolo 4

Encomium Moenum

Da giovedì a sabato, ANo District e Milano

 

I mattoni hanno sempre raccontato storie. Anzi, forse i mattoni hanno costruito la Storia. Accompagnano l'umanità da molti secoli, e seppur così vetusti ed elementari sono ancora attuali. Come la ruota, come il bicchiere per bere. Eppure, se li metti assieme i mattoni edificano, col loro incontro, col loro legame, e raccontano storie. Come i muri dei vecchi sotterranei dell'ospedale di Niguarda, dove tra i mattoni si ritrovano giornali d'epoca utilizzati come spessori, e poi lettere, cartoline... o come i muri su cui stanno dipinti i nomi delle vittime, come quello di Dax, o degli eroi, come i partigiani celebrati sempre a Niguarda. I mattoni logorati dal tempo, divorati dalla guerra, i mattoni sono storie.

 

«Li vedi anche tu!» le dice l’uomo che dorme nella tenda. Sembra un ragazzo, ma a guardarlo meglio ha sicuramente passato la soglia degli “anta”. Lei gli risponde che non solo li vede, ma che si possono anche toccare, ci è inciampata. «Siamo andati oltre...» sussurra l'uomo, guardandosi attorno con lo stesso stupore di un visitatore del Parco Giurassico. Lei non è in vena di dare corda all'ennesimo avariato sociale e continua la sua corsa verso casa, lasciando l'uomo bloccato, con la sua tenda chiusa sulle spalle, a fronteggiare il cancello del condominio, quello del parco semipubblico e quel nuovo muro che se ne infischia e passa attraverso entrambi.

Lei fa le scale di corsa e suona alla porta, cercando intanto le chiavi nello zaino. L'uscio si apre, la musica è a un volume talmente alto da far vibrare i vetri. Il suo compagno è affannato, e loro figlio ride tutto felice. «Ciao! Come è andata?» grida lui. «Di merda!» replica lei, pentendosi della risposta scurrile di fronte al bambino. Sta imparando a parlare, ha quasi un anno. Poi chiede: «Cos’è questo chiasso?», e il suo compagno spiega che stanno giocando al Gods of Metal. «Prendi gli zaini da viaggio. Dobbiamo andarcene!» sentenzia lei, pigiando il tasto stop sullo stereo.

I due cominciano a discutere con veemenza. «Ti dico che dobbiamo andarcene, Marco!»

«Denali! Ma ti rendi conto di come ti stai comportando? Perché dovrei, alle undici di sera, chiudere baracca e burattini, infagottare un bambino di neanche un anno e abbandonare casa mia?»

«Per i muri! Stanno nascendo dei muri, dal niente! Dal niente!» La voce di Denali si è fatta isterica, strozzata dal panico. Ettore scoppia a piangere. Lei e lui, Denali e Marco, convergono sul bimbo per tranquillizzarlo. «Mamma e papà non stanno litigando, cucciolo... ma sta succedendo qualcosa, e vogliamo portarti al sicuro...».

Marco nota le mani di Denali. «Cosa ti è successo?»

«Sono caduta.»

«Di nuovo colpa delle Crocs da ricchi?»

«Non sono stati i Dansko. Sono inciampata in un mattone. Prima che diventasse un muro, probabilmente. E sono zoccoli olandesi, non ciabatte di gomma.»

Marco le sorride. «Facciamo una cosa. Andiamo in bagno, disinfettiamo i graffi sui polsi della mamma e poi saliamo all'ultimo piano e vediamo cosa sta succedendo. Se la situazione è davvero preoccupante, prendiamo su le cose più importanti e partiamo.»

Denali, in silenzio, attacca Ettore al seno per tranquillizzarlo e annuisce.

Dal tetto del palazzo, dal tredicesimo piano, Marco si guarda intorno ammutolito. La linea dell'orizzonte è completamente stravolta, muri sghembi sorgono ovunque. Ogni tanto si sente un rombo, ogni tanto un crollo. E poi la notte, che nasconde tutto. «Però, Denali, a logica dovremmo avere la percezione di un terremoto...»

«A logica, sì. Ma ti sembra logico, quel che vedi?»

Marco annuisce. «Hai ragione. Andiamocene. Non possiamo rischiare di rimanere chiusi qui.»

Preparano gli zaini da viaggio. Niente vestiti, solo ricordi e oggetti preziosi, come se dovessero andare via per sempre. E poi la borsa con le cose di Ettore. Infilano il bambino nel marsupio Babymonkey e scendono al pianterreno.

«Dove vuoi andare, amore mio?»

«Non lo so. Forse...»

«Possiamo tentare di prendere la metropolitana. È sotterranea...»

«E se i muri fossero cresciuti anche lì? Lo sai che...»

«Lo so, amore.» Abitano al settimo piano e Denali non prende mai l'ascensore. Una volta suo nonno l'aveva chiusa in un armadio perché aveva baciato sulla bocca un bambino. Aveva cinque anni. La sua famiglia viene dal Bangladesh, all'epoca lei aveva già perso il papà e stava con la madre presso i nonni in Veneto. Stette nell'armadio circa settantadue ore, senza mangiare. Quando il nonno la liberò, la madre decise che fosse il momento di dare le spalle a un mondo fatto di spose bambine e matrimoni combinati, finse di aver trovato lavoro a Milano e gradualmente fece perdere le loro tracce. A Milano Denali è cresciuta, si è laureata, ha incontrato Marco, ha partorito Ettore. Eppure quell'armadio chiuso le sta sempre dietro la schiena, pronto a ingoiarla. Già patisce ogni volta che è costretta a prendere la metropolitana per attraversare la città e raggiungere l’ufficio… L’ascensore proprio no.

 

Cercano di uscirne per tutta la notte, ma non ne vengono a capo. Percorrono il lato di un muro, ne incrociano un altro, tornano indietro, trovano escrescenze nuove che sembrano mutare non appena non le si guarda. «Mi aspetto che David Bowie re dei goblin spunti fuori da un momento all'altro!» cerca di sdrammatizzare Marco. Poi il muro, un pezzo di muro, gli crolla addosso. Sta sorgendo il sole, ormai.

Marco riesce a mettersi carponi, d'istinto, appena avverte qualcosa crollargli addosso, per proteggere col proprio corpo Ettore, che tiene nel marsupio. Lo zaino ha protetto la schiena e la testa di Marco, così da, probabilmente, salvargli la vita, ma la parte inferiore delle gambe, piedi compresi, sono stati travolti, procurandogli diverse ferite e fratture. Denali interviene subito e chiama il pronto soccorso. Per tutto il giorno, però, le ambulanze non si muoveranno dagli ospedali, nonostante le richieste di intervento. L'unica, spiega il centralinista, è di attendere un elicottero, uno dei due a disposizione. Due, per rispondere a centinaia di chiamate.

 

Alle ore 11 del venerdì, appena prima di far colazione, fratello Michetta fa una videochiamata a fratello Trani per chiedere spiegazioni sul caso dei muri spuntati dal nulla in città. Era infatti piano di vecchia data, per la Congrega della Teppa, quello di murare Milano in una notte e istituire un nuovo governo cittadino, gestito dal loro gruppo massonico. Trani, prima di rispondere, indossa la tunica con stampato in petto un mattone su cui appoggia il Castello Sforzesco, simbolo della Congrega.

«Uè, Trani, come la spieghi questa faccenda? È stato uno dei nostri? Una scheggia impazzita? Non è che il Busecca ha fatto di testa sua come al solito?»

«Michetta, non ne so niente. Ho chiesto su Telegram se qualcuno ne sa qualcosa, ma son tutti sbalorditi. E poi questo non è un lavoro nostro, non è fatto alla nostra maniera... è casuale. O almeno lo sembra. Non sono mura irte per fortificare la città.»

«Sì, però è proprio come l'avevamo pensata, neh... tirare su le mura in una notte, come a Berlino, per proclamare la città stato.»

Fratello Trani sbuffa: «Non c'è un disegno, Michetta. Non c'è un progetto. È più una roba da situazionisti che da massoni. Se fossi in te...».

«Se fossi in me?» chiede diffidente il Michetta.

«Se fossi in te ordinerei a tutti i fratelli di uscire a indagare e raccogliere informazioni su questi muri. E poi di convergere ai sotterranei, per confrontare i dati. Temo che qualcuno che conosceva il nostro piano voglia prendersi gioco di noi, o metterci in cattiva luce...»

 

Un’ora dopo già circolano leggende su quei mattoni improbabili. Si dice, ad esempio, che i bambini non li vedano. In Stazione Centrale una donna in stato confusionale è stata soccorsa dai passanti poiché sosteneva di aver visto un senzatetto con due nutrie al seguito letteralmente passare attraverso il muro che tagliava piazza Duca d'Aosta. In zona Isola, una voragine ha divelto tutti i dehors e i tavolini che avevano invaso via Borsieri durante la pandemia del 2020, lasciando un solco accanto a un muro nuovo. Al Giambellino, un tipo ha scritto in un post sui social che i mattoni del suo quartiere profumano di pane. In Barona, uno sostiene che i mattoni siano panette di hashish. In Porta Venezia, un artista famoso ma dall'identità segreta ha eretto un muretto di tramezzini al tonno, chiamandolo Tramezzo. Il Tramezzo ha attirato le attenzioni di svariati gatti e di qualche clochard. Gli operai dei nuclei di intervento rapido sono stati convocati per turni di lavoro speciali e senza interruzioni dal Sindaco in persona. La polizia non sa che fare, i Ghisa tantomeno, i Vigili del Fuoco perlomeno hanno scale e picconi. Il caos è totale, ma è un caos statico. Quasi come se il grado entropico avesse raggiunto la massa critica, ma no, quasi come se qualcosa fosse intervenuto a bloccare la schizofrenia collettiva.

 

Il venerdì passa così. Uomini, donne e bambini in trappola, piccioni interdetti, cornacchie in tafferuglio, picconi mazzette martelli, ruspe e trivelle, giornalisti scatenati e altri improvvisati, la città ferma, impossibile lavorare, impossibile muoversi, a parte per i traceurs da parkour entusiasti su e giù per quei nuovi ostacoli. E gli scienziati non ci capiscono niente, e i servizi segreti non ne vengono a capo, e i guerrilla gardeners chinano il capo, e il Sindaco rassicura che è tutto sotto controllo, e tragedie e miracoli, e poi tante e tante parole, la maggior parte delle quali inutili.

 

Denali, Marco ed Ettore non tornano in casa e trascorrono la giornata lì, appoggiati al muro sorto dal niente, crollato, risorto. Denali sale a prendere del cibo, del disinfettante, dei cuscini. Marco dice che il muro gli sembrava più morbido, dietro la schiena, ma forse delira. I condomini si aggirano inebetiti o in preda al panico per il cortile, la maggior parte finisce per asserragliarsi in casa. Verso sera l'elicottero non è ancora arrivato, però hanno richiamato per chiedere, se possibile, di portare il ferito nel punto più alto del palazzo. Denali si guarda attorno, Ettore che ormai non gattona ma razzola nell'erba, tutta quella gente presa dai propri problemi e dalle proprie paure, nessuno cui si senta di chiedere davvero aiuto. Marco la tranquillizza: «Den, io posso prendere l'ascensore. Vado su da solo, dài».

«Non puoi. L'ascensore è fuori servizio dalle ore 14...»

Denali ha già sentito quella voce. L'uomo che sembrava un ragazzo, quello che dormiva nella tenda. È molto alto, ha una lunga barba e un cappello di paglia da pescatore Sampei. Parla lentamente, con quella che più che flemma pare serenità: «Vi aiuto io». Raccoglie Marco da terra come fosse una coperta, se lo avvolge attorno al collo e gli chiede: «Comodo?».

Marco, stupito, risponde sinceramente di sì. L'uomo avanza verso le scale e intraprende la salita, fischiettando allegramente. Denali lo segue con Ettore nel marsupio.

«Il mio nome è Jonathan Thoughts. Il mio nome in codice, ovviamente. Purtroppo non siamo ancora abbastanza in confidenza per rivelarvi quello vero, ma potete chiamarmi Johnny. Tu sei Denali, mi pare, e tu Marco, giusto? E il piccolo?»

«È... Ettore.»

«Ah, il difensore delle Mura. Vedi che alle volte il destino ci scherza?»

Sale le scale senza fatica, mentre Denali ha il fiatone.

«Ci aspettavamo che succedesse qualcosa, ma non sapevamo che potesse raggiungere questa entità... in effetti, è preoccupante.»

«Scu... scusi, chi?»

«Noi dell’Osservatorio ministeriale dello stato di salute e del benessere mentale delle Grandi Metropoli Coscienti.»

«Esis... esiste una roba simile?»

«Esiste pure un dipartimento che si occupa di alieni e ufo, è stato istituito durante i giorni del caso Zanfretta. Ma voi siete troppo giovani...»

«Quindi lei... sarebbe tipo Fox Mulder?»

«Mi sento più un Allan Quatermain...»

«E chi sarebbe?» aveva chiesto Denali.

«Tipo Indiana Jones» aveva sussurrato Marco.

Denali risponde bisbigliando: «Tipo che non credo possiamo fare troppo affidamento su quest'uomo perché...».

«Perché cavalco la follia? Lo so. È quello che ho scelto. Affidarmi alla possibilità che tutto possa esistere, poiché esiste tutto ciò che ancora io non riesco a immaginare, sai? Detesto che un muro possa precludermi gli orizzonti, per questo faccio questo lavoro. In effetti, questo caso è perfetto per me!»

Johnny Thoughts ride. È italiano, o perlomeno parla perfettamente la lingua senza accenti di sorta. Nel frattempo sono giunti in cima al palazzo, e l'uomo adagia Marco a terra, poi si appoggia al parapetto e guardandosi intorno fischia di meraviglia. «Caspita... noi dell'Osservatorio sappiamo che le città, oltre un certo ordine di grandezza, diventano degli esseri senzienti. Abbiamo anche un ufficio che riesce a comunicarci, sapete? Gente fuori di testa... fanno un sacco di versi. Il fenomeno fu osservato per la prima volta negli Stati Uniti, tizi che sostenevano di aver incontrato san Francisco o di aver chiacchierato con Detroit, per intenderci. Ma gli americani hanno pure i mormoni, quindi quello che dicono va sempre preso con le pinze, che si fanno intortare facilmente. Eppure è stato notato che il fenomeno si verifica con delle controprove. Noi eravamo in contatto con Milano da qualche anno, contatti sporadici e cordiali, nulla di che. Da qualche mese l'avevamo persa. Temevamo non stesse troppo bene, oltre agli acciacchi fisici le Metropoli sono cariche di immani responsabilità... e ora, tutto questo. Credo proprio che sarà difficile...»

La notte è stellata. Sul tetto del palazzo Johnny ha preparato fagioli alla Trinità per tutti, estraendo padella scatolette e posate da chissà dove. Ettore lo guarda curioso, Johnny lo tratta con tenerezza ma senza moine. Denali ha le vertigini e Marco dorme. E, tra boati e segnali di fumo, sorge il sole di nuovo.

 

Sabato, ore 10.03, ANo District.

 

L'elicottero si ferma proprio sopra di loro, cala una barella e un soccorritore. Denali ha gli occhi gonfi, Johnny Thoughts mastica un bastone di liquirizia. Il frastuono delle pale impedisce  una conversazione con troppi fronzoli. Gridano.

«Cosa gli è successo?»

«Un muro! Crollato! Addosso!»

Il soccorritore si china su Marco, lo tasta. Marco stringe i denti e si irrigidisce.

«Hai tutte e due le gambe rotte, forse anche i piedi! Una brutta ferita, vicina a un'arteria… Non basta medicarti qui, dobbiamo portarti via!»

Il soccorritore guarda Marco, che cerca Denali. Lei annuisce con foga, Marco si rivolge al soccorritore e fa cenno di sì, rassegnato.

Il soccorritore si rivolge a Denali: «Voi non potete venire! Mi dispiace!».

«Ma...»

«Lo so. Capisco! Andiamo al Niguarda! Non è lontano! Stanno aprendo varchi ovunque. Potete raggiungerlo!»

L'elicottero si allontana e lo vedono atterrare, poco distante. Curiosa questa cosa che, all'interno dell'ospedale, muri non ne siano sorti. Ma nessuno ha avuto il tempo per accorgersene. Johnny Thoughts si arrampica sul comignolo della caldaia, con degli strani strumenti setaccia l'aria, studia la visuale, appunta calcoli su un taccuino. Denali stringe i denti, tiene in braccio Ettore e lo abbraccia un po' più forte. «Dobbiamo andarcene» dice. «Dobbiamo andarcene.»

«Allora seguitemi!» li esorta Johhny Thoughts, zompando giù dal comignolo con un sorriso matto eppure caldo, folle eppure ciecamente affidabile.

 

 

CONTINUA...